Second leg: BAFFIN on skis

Per ributtarsi nella tempesta con entusiasmo, dopo essere stati presi a calci pochissimo tempo prima, ci vuole parecchia determinazione. È un po’ come rimontare in moto dopo che si è caduti… Poi pensi che è proprio lì che ti piace essere, pensi a quanto l’hai immaginato e progettato per mesi; così scendi dalla motoslitta dopo sei ore interminabili di viaggio e sei pronto a ricominciare.

Stiamo procedendo lentamente ma in modo costante contro venti spaventosi che arrivano a 100 km/h, e che fanno registrare...

Pubblicato da Stefano Gregoretti su Domenica 12 febbraio 2017


Nel momento in cui Billy mette in moto e si allontana, sai che dipende tutto da te. Devi arrivare dall’altra parte, con le tue forze e soprattutto le tue abilità. Non ci sono indicazioni, rifugi, sentieri, solo una manciata di waypoint salvati sul navigatore da polso che ti permettono di orientarti, per il resto tutta fantasia e il piacere di disegnare la propria strada.

Il senso di abbandono è totale e cerchi di non fare tanto rumore per non svegliare il “gigante cattivo” perchè sai che non ti farebbe passare. Qui l’uomo non conta nulla, è solo un altro degli animali che girano da queste parti. E quel senso di mancata protezione, di sentirsi totalmente esposti, è qualcosa che bisognerebbe riprovare, almeno una volta.

Ovunque si trovano tracce di orso polare e sai già che quando ti chiuderai nella tendina non dormirai tanto, perché ogni minimo rumore ti sveglierà. Lui è il vero Re degli animali, ha tutte le caratteristiche migliori che un animale può avere. Velocità di uno scattista e resistenza di un ultramartoneta (nessun altro animale ce l’ha). Il miglior fiuto al mondo: può scovare una foca sotto un metro di ghiaccio a km di distanza (figuriamoci due omini che cucinano in tenda…).
Di solito gli animali che eccellono nell’olfatto, hanno vista scarsa. Questo non vale per l’orso polare! Vede come e meglio di un uomo. Udito: sopraffino. Ed è in grado di rimanere mesi senza mangiare e nuotare per più di 250 km. Usa le valli che noi attraversiamo come via di passaggio per spostarsi da fiordo a fiordo, come farebbe un ultramaratoneta alla Western States, ma senza check points e senza rifornimenti. Nessuno sa cosa faccia durante l’inverno artico. Lo possono seguire con dei radio collari, ma nessuno sa veramente cosa faccia. Creatura avvolta nel mistero. Cacciatore super efficace… uomini compresi.

L’idea per una volta di non essere al vertice della catena alimentare spaventa e affascina allo stesso tempo.

Istinto e sensazioni ataviche risvegliate tornano attuali, come essere catapultati indietro dalla macchina del tempo.

Le orme del “Gigante Bianco”

Il primo giorno, dopo quelle ore in motoslitta, ci siamo spostati solo di 15 km dal fiordo, proprio per evitare la zona più popolata dal bianco, con l’idea di impegnarci di più il giorno dopo. Del resto di notte è meglio non muoversi proprio per evitare guai, compresi probabili problemi di navigazione. Questa è stata la nostra regola, soprattutto dopo l’esperienza dello scorso anno dove una tempesta ci ha preso nel buio e ci ha lasciato cicatrici indelebili.
Come sempre sveglia ore 6, perché servono un paio d’ore per essere pronti alla partenza, fra caffè e sciogliere il ghiaccio per fare acqua e idratarsi il più possibile, perché questa sarà l’unica occasione per farlo. Durante il giorno ci si muove dry. Non ci si può fermare se non a sera o quando si decide di rimontare la tendina.

L’idea è sempre di fare più strada possibile. Ci si paragona sempre alle gare che si fanno a casa o alla propria esperienza. Tipo 100 km/10 ore… La realtà è che la neve, le salite il fondo e il freddo, uniti ai venti artici, decidono cosa puoi o non puoi fare. E questo è un bene. Siamo abituati ad avere sempre tutto sotto controllo; qui sono gli elementi che decidono per te. E prima accetti questa cosa, prima sei sereno. Risultato: per fare 20 km ci sono volute più di 10 ore. Del resto con -35° C e vento contro a 100 km/h, la temperatura percepita è di -61° C, il corpo brucia come un reattore solo per mantenerti vivo. Quindi ci rendiamo conto che è un gran bel risultato e i nostri visi la sera lo testimoniano!

Siamo abituati ad avere sempre tutto sotto controllo; qui sono gli elementi che decidono per te. E prima accetti questa cosa, prima stai sereno.Click To Tweet

La salita sulla morena, navigando fra rocce trasportate dall’Highway Glacier, con 50 kg di slitta, è sempre la sfida fisica per eccellenza. La slitta ti tira giù, si ribalta mille volte e ti devi aiutare con ogni fibra per riuscire a raggiungere i 2500 m del Summit Lake. Questo passaggio lo abbiamo nominato la “trappola per topi”.
Di sera, oltre ai venti provenienti da nord che si incanalano nel fiordo e man mano che si restringe prendono potenza, si aggiungono anche i venti catabatici che scendono da quattro enormi ghiacciai distinti. Il risultato sono venti senza controllo, che arrivano ad oltre 200 km/h e da ogni direzione. Nessuna possibilità di piantare la tenda.
Questa volta il cielo sembra terso e ci spingiamo fino a notte per recuperare vantaggio. Seguire il waypoint sul Garmin è facile, ma non è che si può sempre stare a guardare lì. Il riferimento allora è una stella nel cielo, proprio sopra al checkpoint a 15 km di distanza. Tra l’altro di notte nel buio, c’è sempre il rischio che la gamba dominante spinga sugli sci un po’ di più e alla fine ti fa spostare dalla linea immaginaria che hai disegnato. Così nessun pensiero, ci si gode il passo e il freddo, si spezzano i km in distanze conosciute e volano in fretta.

A Riccione solitamente faccio le ripetute sui mille sul lungomare. Dalla zona n. 53 alla 77. Ne tengo nota: ogni zona, 50 passi. Zona 53 conto 50 passi, zona 54 conto 50 passi… finchè arrivo alla 77 da Farfi, guardo il Garmin e ho fatto 1029 m! Farfi diventa il mio traguardo per 15 volte, neanche fosse una bella f… penso, e la cosa mi fa ridere!
Nel frattempo, una frontale ci ha abbandonato e la notte è sempre più nera, ma la stella così è ancora più lucente.

Appena arriviamo al riparo, arrivano i venti. Notte insonne per la paura che la tenda sia spazzata via con tutti gli occupanti. La slitta la mattina non c’è più. Volata via. La ritrovo molto più in là arenata contro un muro di neve; eppure mi sembrava di averla legata benissimo…

La mattina il sacco a pelo è coperto di neve, infiltratasi dalle cuciture della tenda a causa del vento. Uscire e rientrare nella routine è ormai diventata un’abitudine come a casa quando ci si alza e si beve il caffè.

Giungiamo al temuto Wizal River. Calate giù per le cascate e overflow a non finire: sacche di acqua che si congelano solo superficialmente. Si finisce come sempre con gli stivali bagnati che pesano una tonnellata. Navigazione accurata e un po’ di fortuna ci fanno superare anche questo difficoltoso passaggio. Altri 50 km e saremo di là. Non senza difficoltà, ma le parti tecniche e pericolose sembrano finite e ci godiamo allora ancora di più la maestosità di questo angolo di paradiso.

Ogni luogo al mondo è bello e merita di essere visitato. Non tanto per le sue montagne e i suoi deserti, ma per la gente che ci abita e che prende forma e carattere da questi posti. Qui abita il fiero popolo degli Inuit. Gente forgiata nell’acciaio, con caratteristiche uniche, con regole tutte loro e un’umanità ben distinta. Mi soffermo sempre volentieri a guardare i bambini che la sera giocano nei villaggi a hockey sulla strada, come facevamo noi quando eravamo piccoli. Nessuno ha il cellulare, tanto non ci sono i ripetitori; nessuno ha whatsapp, ancora giocano insieme e i più grandi si ritrovano a prendere un caffè parlando fra loro senza il tablet in mezzo a distogliere l’attenzione da chi ti parla.

Prossima tappa i Territori del Nord Ovest. In bici sulla McKenzey Valley, la mitica ICE ROAD. 500 km? 600? Ancora non si sa ma poco importa. I pericoli sono finiti, è solo questione di pedalare e resistere al freddo. Easy…
Qua incontreremo le tribù dei First Nation. Abbiamo già molti amici che ci seguono e di sicuro le notti in tenda saranno poche, perché la loro ospitalità lungo la strada sarà la più calda che avremo mai avuto.

Spero di non avervi annoiato troppo!
Buone corse,
Stefano

Scopri di più sulla Arctic Extreme Expedition!

Comments

  1. Stefano, per noi comuni mortali, questi racconti ci aprono prospettive e fanno sognare. Anche questo aiuta ad affrontare le nostre sfide quotidiane 😂 Che sono per lo più di un mondo che sta perdendo valori e unità. Dunque grazie per raccontare la bellezza e maestosità. Kitefox

  2. Cosa dire. Veramente emozionante. Sfidare la natura non si può ma viverla sulla propria pelle deve essere unico.

  3. Emozionante, veramente fantastico. Complimenti Stefano e grazie per farci vivere questa esprienza unica

  4. Grandissimo Steve sono rimasto ad ascoltarti come fa un bambino quando ascolta una favola dal non nome rimane a bocca aperta fino alla prossima. Leo

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